6 italiani donatori che hanno fatto (letteralmente) la storia

Il lascito solidale non è un gesto di generosità recente, ma ha una sua storia e i suoi protagonisti illustri. Eccone sei, italiani, che hanno fatto la storia anche grazie alla loro solidarietà.

 

  1. Camillo Benso Conte di Cavour, Il padre di tutti noi italiani

Il primo Presidente del Consiglio dell’Italia unita con il testamento indirizzò la propria generosità non solo ai familiari ma anche ai più fedeli collaboratori nonché alla città in cui era nato, Torino. Per il segretario personale, il cameriere e il mastro di casa, Camillo Benso Conte di Cavour dispose una pensione vitalizia annua, mentre alla “città patria” donò un fondo di cinquantamila lire per costruire un asilo pubblico in uno dei quartieri all’epoca più marginali, Porta Nuova. Per il resto, i libri all’“amatissimo germano marchese Gustavo”, gli oggetti più cari alla “di lui figlia affezionata mia nipote marchesa Giuseppina” e, come “erede e legatario universale, il carissimo mio nipote Armando Benso di Cavour”.

 

  1. Lina Cavalieri, La massima testimonianza di Venere in terra

La vita di Lina Cavalieri, cantante lirica e attrice divenuta nel primo Novecento un’ideale di bellezza e sensualità tanto da essere definita da D’annunzio “la massima testimonianza di Venere in terra”, sembrò una favola meravigliosa, che la vide crescere e affermarsi prima a Roma dove cominciò a fare il verso della sciantosa, poi nel resto d’Italia e in Europa, tanto da rivaleggiare con la bella Otero. Di origini modeste, mai rinnegate, ma di portamento elegante e sensuale, dopo quattro matrimoni e altrettanti divorzi, nel 1920 diede l’addio alle scene: “Mi ritiro dall’arte senza chiasso dopo una carriera forse troppo clamorosa”. Nel 1940 siglò il proprio testamento e l’8 febbraio 1944 morì sotto le macerie della sua villa di Fiesole colpita da un bombardamento, lasciando alla Reale Accademia di Santa Cecilia in Roma ‘Lire centomila per la istituzione di una borsa di studio di canto per una giovinetta bisognosa della provincia di Roma’.

 

  1. Alessandro Manzoni, Il campione dell’umanesimo cattolico

Lunga, piena e bella, divisa fra Milano, Parigi e Brusuglio, l’esistenza di Alessandro Manzoni vide alternarsi i crescenti successi della sua attività di romanziere e poeta a vicende familiari non di rado dolorose: dalla prematura perdita della moglie Enrichetta Blondel e di alcuni figli, a cominciare dall’adorata Giulia, alle traversie economiche che colpirono prima i suoi eredi e poi lui stesso. Tutto ciò ne acuì l’indole già incline alla malinconia, solo parzialmente lenita dai crescenti riconoscimenti pubblici fino alla nomina nel 1860 a Senatore del Regno d’Italia. Una vita attraversata da tanti dolori e difficoltà non impedì però a Manzoni, al momento di decidere le sue volontà, di ricordarsi anche di chi, al di fuori del nucleo familiare, si era preso per tanti anni cura di lui, includendo nel testamento il suo servitore per i ‘suoi fedeli e affettuosi servizi’ prestati per lunghi anni.

 

  1. Enrico De Nicola, Il primo Presidente della Repubblica anche in generosità

Primo Presidente della Repubblica italiana, Enrico De Nicola stabilì tra le ultime volontà un elenco di donazioni a favore di una lunga lista di beneficiari: nipoti e pronipoti, prima di tutto, e, accanto a questi, i collaboratori più stretti, l’albergo dei poveri, l’ospizio dei fanciulli di Portosalvo, l’orfanotrofio della S.S. Annunziata di Torre del Greco, il monte di pietà di Napoli che aveva in pegno gli indumenti dei poveri della città, gli avvocati e i procuratori in angustie finanziarie e, infine, i giovani avvocati napoletani che, ogni due anni, vinceranno il concorso per il miglior lavoro di diritto penale.

 

  1. Giuseppe Verdi, Un grande uomo, una grande eredità

Scomparsa nel 1898 la moglie Giuseppina Strepponi, nel 1900 Giuseppe Verdi, alla fine di una vita eccezionale, mette nero su bianco disposizioni benefiche dettagliatissime. Privo di eredi diretti e titolare di un enorme patrimonio, nomina erede universale la cugina Maria e stila una lunga lista di persone e di istituti beneficiari, fra cui: gli asili centrali, gli stabilimenti dei rachitici, dei sordo muti, dei ciechi di Genova; l’ospedale di Villanova sull’Arda; il monte di pietà di Busseto. E, soprattutto, l’Opera Pia Casa di riposo dei musicisti di Milano, fatta da lui costruire, alla quale dona 75 mila lire di rendita e “tutti i diritti d’autore sia in Italia che all’estero di tutte le mie opere”, nonché gli averi più cari e più intimi legati alla sua lunga carriera artistica. Ultima cosa, ma non per importanza, “si distribuiranno ai poveri del villaggio di sant’Agata lire mille nel giorno dopo la mia morte”.

 

  1. Giuseppe Gioachino Belli, La voce eterna del popolo romano

“Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma”. Così scriveva Belli nell’introduzione alla sua raccolta dei sonetti: 2.200, tutti in romanesco, che raccontano lo spirito disincantato, vivace, spesso feroce, dei popolani (e non solo) della città eterna, immersi nella non facile situazione economica e sociale dello Stato Pontificio. Una condizione contingente ma eterna, devono aver pensato gli eredi di Belli, come la città alla quale egli aveva dato voce. Così Giacomo Belli, nel gennaio 1898, lasciò quasi tutte le carte del nonno (oltre cinquemila fogli) alla Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di Roma, affinché del suo “monumento” potessero disporre tutti, senza distinzioni.

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